8 settembre 1943: il proclama dell'armistizio
I primi contatti del re Vittorio Emanuele e di Badoglio con gli Alleati per una resa italiana sono cauti ed incerti. Approfittando del lento procedere della resa e della situazione di impotenza disarmata dell’Italia, gli eserciti tedeschi, con il pretesto di rafforzare le difese del sud, valicano il Brennero, procedono ad una vera e propria occupazione indisturbata della penisola, nonostante le impotenti proteste dell’alleato italiano.
Solo intorno alla metà di agosto, quando ormai la posizione tedesca si è consolidata in tutta Italia, Vittorio Emanuele e Badoglio, fino ad allora preoccupati di ottenere le migliori condizioni della capitolazione dagli Alleati e ossessionati dal timore di una vendetta di Hitler, decidono di stringere la trattativa armistiziale. L’armistizio è firmato il 3 settembre 1943 a Cassibile, in Sicilia.
Ma le esitazioni e le paure del re hanno consentito ai tedeschi di impadronirsi senza colpo ferire di tutto il paese, accentuando tra l’altro i sospetti degli alleati, che intanto hanno studiato nuove strategie per affrontare il Terzo Reich, prediligendo l’apertura di un secondo fronte in Europa, a partire dalla costa nordoccidentale della Francia, sacrificando l’Italia, che viene a poco a poco sguarnita di contingenti armati, dislocati in Inghilterra.
L’8 settembre 1943 l’armistizio con gli anglo-americani venne improvvisamente annunciato da un messaggio radio registrato di Badoglio, in quel momento in fuga con la famiglia reale verso Pescara: “Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza”.
Dopo un mese di trattative, le massime autorità dello Stato poco o nulla hanno predisposto per preparare il Paese e l’esercito alle conseguenze della resa.
Lo sfasciamento dell’esercito, dopo l’annuncio, diventa quindi incontrollabile: la grande maggioranza dei reparti nell’Italia centrale e settentrionale, come le unità operanti all’estero, sono catturate dai tedeschi. La resistenza armata si riduce a pochi episodi per iniziative autonoma di singoli ufficiali. Le truppe, stanche, sfiduciate, malnutrite, malvestite, tendono a disperdersi, a cogliere l’occasione per disertare dai ranghi di un esercito su cui pesano anni di sconfitte, frustrazioni e sofferenze. Gli stessi comandanti delle varie piazze lasciano via libera ai Tedeschi. La parola d’ordine “tutti a casa” sovrasta gli appelli disperati ai soldati che gli antifascisti lanciano in quei frenetici giorni in cui, dopo alcune eroiche fiammate, cala sull’Italia la pesante cortina dell’occupazione tedesca.
A Milano, a Torino, come in Abruzzo e in Venezia Giulia, i tentativi di Resistenza si spengono in pochi giorni, dominati dall’improvvisazione e dall’iniziativa individuale. Il senso di scoramento e depressione di un paese passivo, ormai stretto nella morsa degli eserciti invasori, non segna però un punto di riflusso per l’antifascismo. Molti storici indicano proprio nell’8 settembre il momento di svolta significativa nella vicenda antifascista, “la vera data di nascita – dice Quazza – dell’antifascismo come forza decisiva, come alternativa politica alla soluzione offerta da casa Savoia alla crisi del fascismo”.
Il comitato di liberazione, costituitosi a Roma il 9 settembre, lancia un appello alla lotta e alla resistenza, esprimendo una netta contrapposizione alla politica della viltà e della fuga della monarchia, incarnando la volontà dell’altra Italia, l’Italia del riscatto. La volontà di rottura si esprime in un lavoro clandestino di organizzazione della resistenza armata, in ogni parte d’Italia, in un movimento, senza precedenti nella storia del paese, che sarà l’anima della liberazione.
La Repubblica di Salò
C’è, però, una terza Italia, che in quei giorni del settembre 1943, sostenuta dagli eserciti tedeschi, rivendica la propria autorità politica nel paese.
Alla notizia della caduta di Mussolini, l’intero PNF, nel giro di poche ore, si sfalda. I gerarchi maggiori e minori si chiudono nelle proprie case, si danno alla fuga o scendono nelle piazze per mischiarsi alla folla in giubilo. Una paralisi ed un disorientamento su cui certamente agiscono il timore per la propria incolumità e quella delle proprie famiglie. C’è poi la traumatica constatazione dell’esultanza incontenibile delle folle per la fine del Fascismo, dell’immenso odio con cui il popolo abbatte i suoi simboli e attacca il duce.
La rinascita del Fascismo, nella Repubblica di Salò, scaturisce in un frenetico balletto di consultazioni e di ambizioni conflittuali tra i gerarchi del dissolto regime, sotto la diretta supervisione tedesca e in un contesto di subordinazione alle esigenze militari ed economiche del Reich, che vedeva nella rinascita del fascismo in Italia solamente come l’opportunità di disporre di uno strumento fedele di governo in quella vasta retrovia del fronte di guerra che è diventata la penisola, senza alcuna reale fiducia verso gli ex-alleati.
Il 15 settembre 1943 la radio comunica che “Benito Mussolini ha ripreso la suprema direzione del fascismo in Italia. Tre giorni dopo in un discorso radiofonico da Monaco, lo stesso Mussolini, annunciando la rinascita di uno stato fascista, indica il compito di riprendere le armi al fianco della Germania. Il 23 settembre, data ufficiale di nascita della Repubblica di Salò, Mussolini rientra in Italia dove si sistema alla Rocca delle Caminate.
L'occupazione militare nazista
Contemporaneamente i tedeschi articolano il regime di occupazione militare. Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, dirama un’ordinanza in cui dichiara “il territorio dell’Italia a me sottoposto territorio di guerra” e subordina alle sue direttive “le autorità e le organizzazioni civili italiane”.
Viene perseguita una politica sistematica di germanizzazione in vista di una futura annessione alla “grande Germania”. Le province di Udine, Gorizia e Trieste e quelle di Bolzano, Trento e Belluno sono escluse dall’autorità di Salò e affidate a quelle rispettivamente della Carinzia e del Tirolo: la nascita della Rsi coincide dunque con la cessione di fatto di ampie aree del paese allo straniero.
Il progetto tedesco di “satellizzazione economica e politica” dell’Italia si manifesta fin dai primi giorni che seguono l’armistizio dell’8 settembre, con un Paese assoggettato ad un regime di occupazione non diverso da quello riservato ad altri Paesi europei.
Di questo progetto la Repubblica di Salò costituisce il necessario paravento diplomatico e propagandistico, con una forza militare del tutto subalterna ai tedeschi.
L’obiettivo dell’amministrazione militare tedesca era duplice: da una parte asservire l’economia italiana alle esigenze belliche dell’occupante e dall’altra reclutare manodopera da impiegare al servizio del Reich.
Si trattò di una vera e propria spoliazione sistematica di ogni settore della vita economica del paese.
Le linee direttrici prevedevano il trasferimento delle imprese dell’Italia centromeridionale al nord, per sottrarle all’avanzata delle truppe anglo-americane; il decentramento delle industrie per evitare che la concentrazione favorisse i bombardamenti; la chiusura degli impianti non essenziali agli scopi bellici. La maggior parte di ciò che veniva prodotto,beni di consumo o beni attinenti l’attività bellica (materiali in ferro, prodotti chimici, minerali e tessili), veniva avviata verso la Germania. In totale partirono dall’Italia 321.592 tonnellate di merci, per un valore di circa mezzo miliardo di marchi dell’epoca, più o meno due terzi dell’intera produzione. All’acquisizione di prodotti finiti si aggiungeva poi la requisizione di interi impianti e il loro trasferimento in Germania.
Un ulteriore strumento di assoggettamento economico era rappresentato dalla requisizione di manodopera, che assunse, soprattutto in Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia, i caratteri di vere e proprie deportazioni di massa di gran parte della popolazione maschile valida. Disoccupati, operai licenziati, scioperanti, partigiani catturati, civili fermati durante i rastrellamenti, intere classi di precettati, gli stessi detenuti comuni delle carceri, diventarono un serbatoio di forza lavoro da trasferire in Germania al servizio del Reich. Caricati sui vagoni e deportati nei Lager, gli italiani di queste regioni morirono a migliaia, sacrificati al disegno bellico del nazismo. Tuttavia, nonostante l’impegno profuso dai Tedeschi nell’operazione e la brutalità dei sistemi adottati, le truppe di occupazione si trovarono di fronte ad una realtà ostile: la resistenza degli operai, l’atteggiamento protettivo degli industriali, l’incapacità delle autorità fasciste e alle forze armate di portarla a compimento, ma soprattutto la guerra partigiana diventarono ostacoli insormontabili all’operazione di rastrellamento così come prevista dal programma tedesco.
Il neosquadrismo fascista
Molte frange del Fascismo repubblicano, dal 1943, in un tessuto societario disgregato, convinti che Mussolini non fosse in grado di affrontare il problema dell’antifascismo con le tradizionali strutture dello Stato, organizzarono un nuovo movimento squadrista per combattere la lotta resistenziale, in cui confluirono confusamente elementi ideali e istintuali di vario tipo, tutti eversivi dell’ordine costituito e ostili ad ogni disciplina ed inquadramento. Le “brigate nere”, pur non identificandosi nella polizia e nell’esercito della RSI, operarono pur sempre all’interno del nuovo Stato Fascista, godendo di impunità e protezioni offerte dalle autorità fasciste. Erano formazioni incontrollabili, che reclutano nelle proprie file individui violenti e anarcoidi, spesso reclutati direttamente nella malavita, delinquenti comuni decisi ad approfittare dell’occasione per mascherare con una militanza politica violenze e interessi criminali, reati contro le persone e il patrimonio e risoluzione di vecchi rancori. La popolazione civile era vista dall’ala dura fascista come una massa passiva di traditori conniventi con la Resistenza. Rappresaglie in viveri e denaro, sommarie esecuzioni, acuirono lo sgomento e l’angoscia della gente, costretta a vivere in una permanente incertezza.
Con il passare dei mesi il neosquardismo si fa sempre più virulento, contagiando persino reparti speciali delle forze armate: le gesta della X flottiglia MAS sono destinate a rimanere tristemente famose. La formazione di Junio Valerio Borghese rese significativi servizi agli invasori tedeschi: rastrellamento, cattura, sevizie, deportazioni uccisioni di partigiani e di elementi antifascisti in genere, oltre ad ingiustificate azioni di saccheggio ed asportazione violenta ed arbitraria di averi di ogni genere alle popolazioni civili.
Alla fine dell’estate del 1944 la situazione è talmente degenerata che i tardivi interventi delle autorità centrali per imbrigliare e regolamentare il fenomeno sono destinati a cadere nel vuoto.
La Resistenza
La Resistenza italiana si inquadrò nel più vasto movimento di opposizione al nazifascismo sviluppatosi in tutta Europa, ma ebbe connotazioni particolari. Nei Paesi sconfitti militarmente e occupati dai nazifascisti (come Francia, Belgio, Danimarca, Olanda, Norvegia, Grecia, Jugoslavia, Albania) la Resistenza costituì una seconda fase della guerra che li aveva coinvolti. L’Italia al contrario, sotto la guida dittatoriale del fascismo e sino all’8 settembre 1943 alleata del Reich, aveva partecipato alla guerra di aggressione ed era stata a sua volta potenza occupante.
Qui la Resistenza sorse quando, caduto il regime fascista il 25 luglio 1943 e firmato, dopo irrimediabili rovesci militari, l’armistizio con gli Alleati, le forze politiche democratiche, che si erano ricostituite, chiamarono il popolo a raccolta per cacciare i fascisti e i tedeschi, esprimendo una netta contrapposizione alla politica della viltà e della fuga della monarchia, incarnando la volontà dell’altra Italia, l’Italia del riscatto. Non si trattò dunque, per l’Italia, di continuare una guerra perduta, bensì di cominciare una nuova guerra, una guerra di Liberazione.
Le prime bande partigiane, circa 10mila persone, iniziarono la loro attività contemporaneamente in tutta l’Italia centrale e settentrionale sin dall’autunno del 1943.
Già nei primi giorni dell’occupazione tedesca seguita all’8 settembre, alcuni reparti militari avevano reagito al tentativo di disarmo da parte dei tedeschi. Anche se si trattò di azioni sporadiche, di limitata rilevanza e votate all’insuccesso vista la sproporzione di forze e d’armamento (la più significativa tra di esse avvenne a Roma a Porta San Paolo, ma bisogna ricordare in Toscana soprattutto la Battaglia di Piombino), furono significative d’uno stato d’animo e di una volontà che andavano estendendosi tra la popolazione, man mano che l’esercito tedesco andava ripiegando verso Nord.
Le Quattro Giornate di Napoli (27-30 settembre 1943) videro una spontanea rivolta di popolo che con sacrifici ed eroismo ebbe la meglio sulle truppe tedesche e liberò la città prima dell’arrivo delle forze “Alleate”. Ma fu in tutto il territorio del Centro-Nord, occupato dai tedeschi, che il movimento di Resistenza si dispiegò vanamente contrastato, con determinazione e ferocia, da nazisti e fascisti. Furono mesi di passione e anche di terrore.
Nella primavera dell’anno successivo le “forze” partigiane diventavano 30mila per essere, all’inizio dell’estate, 70-80mila e raggiungere poi, nei primi mesi del 1945, la cifra di 120-130mila. Attorno ad esse si riunirono forze eterogenee, diverse tra loro per orientamento politico e impostazione ideologica: persone diverse per età, censo, sesso, religione, tra le quali erano personalità di spicco dell’antifascismo, che avevano avversato e combattuto il fascismo durante il ventennio del regime, ma anche militari, che durante la guerra avevano conosciuto dal vivo la rovinosa demagogia del fascismo, giovani che rifiutavano l’arruolamento nelle file del nuovo fascismo repubblicano e che, di fronte alla durezza dell’occupazione tedesca, sceglievano la via dell’opposizione e della lotta.
Si trattò di un fenomeno molto complesso, articolato su diversi livelli, capace di mobilitare intorno a sé un vasto arco di forze politiche, con ideali e aspettative differenti e talvolta contrastanti. Secondo i calcoli il 40-50% dei partigiani apparteneva alle formazioni comuniste (Brigate Garibaldi), un altro 30% era legato al partito d’azione (Brigate di Giustizia e Libertà) ed il resto era diviso tra socialisti e cattolici. C’erano infine le formazioni monarchiche che si dichiaravano apolitiche e facevano riferimento al maresciallo Badoglio.
Talune contrapposizioni iniziali furono tuttavia superate e accantonate nel corso della guerra, per dare spazio, sul piano politico e su quello militare, a larghe intese che consentirono di definire obiettivi comuni, di sviluppare un coordinamento efficace e incisivo e di formare una sorta di esercito, organizzato e strutturato.
I maggiori partiti antifascisti organizzati – Partito comunista, Partito socialista, Democrazia cristiana, Partito d’azione, Partito democratico del lavoro, Partito liberale – costituirono il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) cui venne attribuita la direzione politica e nel seno del quale i comitati militari assunsero la responsabilità dell’organizzazione delle forze che andavano raccogliendosi in città e in montagna.
La guerra partigiana fu lacerante, durissima, frammentaria, resa difficoltosa dalla spontaneità di molte iniziative, dalle condizioni di clandestinità e segretezza in cui si doveva operare, dalle difficoltà dei collegamento e dei contatti, dalla scarsità di mezzi e continuamente segnata da feroci rappresaglie nazi-fasciste. Nella lotta di liberazione caddero oltre 30mila partigiani e 10mila civili inermi. 40mila persone vennero deportate nei campi di sterminio tedeschi, oltre ai 700mila militari italiani internati dopo l’8 settembre perché si rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò.
Ciò malgrado, il movimento di Resistenza si consolidò e si estese, resse alla prova dei tanti arresti, delle torture, delle deportazioni, delle fucilazioni, delle rappresaglie, radicandosi gradualmente sul territorio e trovando consenso e sostegno in gran parte della società civile. La resistenza coinvolse, volente o nolente, tutta la popolazione, impose nuove responsabilità, suscitò solidarietà, costrinse a connivenze, impedì, comunque, ogni neutralità. Certo, con il procedere della lotta armata, con il suo inevitabile seguito di violenze e crudeltà, gli entusiasmi iniziali si ridimensionarono, emersero ostilità e insofferenze nella dura convivenza quotidiana tra partigiani e popolo. Tuttavia fallì il tentativo del fascismo repubblicano di criminalizzare la Resistenza, presentandola alla popolazione come attività delinquenziale di gruppi di ribelli e di banditi da strada. Anche nei settori più indifferenti e amorfi della società, la consapevolezza che i partigiani si battevano contro il vero nemico, il tedesco invasore, ebbe un peso incalcolabile, contro il quale si infranse ogni sforzo propagandistico dei fascisti, bollati con il marchio di traditori.
Verso la Liberazione
Con l’avanzare della primavera 1944, l’illusione di un’imminente vittoria si diffonde in tutto il Paese: gli eserciti alleati rompono il fronte di Cassino e risalgono la penisola.
I nuclei resistenziali riprendono vigore: cresce il numero delle bande, le richieste di rinforzi si accumulano sul tavolo del capo della polizia. L’apparato fascista sembra disgregarsi totalmente.
Regione per regione, zona per zona, la presenza delle formazioni partigiane nelle vallate e sulle montagne si fece sempre più massiccia e dalle bande iniziali si passò a ben organizzate brigate (le “Garibaldi”, le “Giustizia e Libertà”, le “Matteotti”, le “Mazzini”, le “Autonome”) mentre nelle città prendevano vita le SAP (Squadre di Azione Patriottica) e i GAP (Gruppi di Azione Patriottica), dediti a operazioni di reclutamento di sabotaggio, ad azioni di guerriglia urbana, ad attività propagandistica e di reclutamento, sostenuti da movimenti di grande impegno quali i Gruppi di Difesa della Donna (GDD) e il Fronte della Gioventù (FdG).
Al Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI), che operava nelle regioni occupate dai tedeschi e aveva sede in Milano, vennero attribuiti i poteri di “Governo straordinario”: esso fu riconosciuto quale governo di diritto dell’Italia settentrionale. Le varie formazioni militari partigiane vennero coordinate nel “Corpo Volontari della Libertà” e, nelle diverse regioni e zone operative, vennero istituiti comandi militari regionali, a stretto contatto con i CLN regionali, e comandi zona, in area di operazioni.
Vaste zone vennero sottratte nella primavera-estate del 1944 all’occupazione tedesca e fascista e sorsero “Zone Libere” (quali l’Ossola, Montefiorino, le Langhe, la Val Trebbia, la Carnia, Pigna), nelle quali agirono governi democratici provvisori, che tuttavia non ressero a lungo, contro le pesantissime offensive scatenate dai tedeschi, che costrinsero i partigiani ad abbandonare paesi e vallate per ripiegare sulle montagne.
Eppure il quadro descritto ebbe un suo triste rovescio: il panico e la mancanza di speranza nel futuro scatenò infatti nei militanti fascisti gli istinti peggiori e la fase ascendente delle brigate nere coincide infatti proprio con l’estate partigiana. Più fredda nelle motivazioni ma altrettanto spietata fu la reazione degli eserciti tedeschi all’ondata di guerriglia partigiana che ostacola le operazioni di guerra, rende difficili i rifornimenti e pericolose le vie di comunicazione. Esecuzioni, rappresaglie, incendi di interi villaggi, brutalità e massacri di popolazioni civili segnano le tappe del retrocedere delle armate tedesche verso nord.
Vennero compiute vere e proprie stragi, come a Boves in provincia di Cuneo, alle Fosse Ardeatine a Roma, a Sant’Anna di Stazzema, a Marzabotto sull’Appennino emiliano, alla Benedicta sull’Appennino ligure-piemontese, a Bergiola e Vinca del Carrarese (ma non sono che pochi esempi tra le molte decine).
Le SS (Schutz Staffen, formazioni paramilitari naziste) si distinsero per crudeltà, sia nell’opera di repressione antipartigiana, che nella cattura e deportazione di civili e segnatamente di ebrei avviati ai Lager.
In tutte le maggiori città italiane le SS organizzarono luoghi di tortura. Esse vennero coadiuvate con non minore crudeltà delle forze fasciste della Repubblica Sociale Italiana, particolarmente dalle “Brigate Nere” e dalla “Decima Mas”.
Intanto però lo schieramento partigiano continuava a crescere, anche nell’opinione pubblica: in intere province esso era ormai l’unica autorità riconosciuta. La Resistenza si impone come interlocutore politico a tutti gli strati della società: i CLN sono ormai riconosciuti come organi di governo.
Già nei primi mesi del 1945, dopo il blocco della guerra lungo la Linea Gotica, le formazioni partigiane tornarono alla piena efficienza e, ormai bene armate anche grazie ai “lanci” di armi effettuati via aerea dagli alleati e propiziati dalla presenza nelle diverse zone di “missioni” alleate, furono in grado di riprendere l’offensiva che nell’aprile 1945 andò sempre più intensificandosi e che, fondendosi con il piano insurrezionale predisposto dal CLN, consentì di liberare le maggiori città del Nord prima ancora dell’arrivo della V Armata statunitense e dell’VIII Armata britannica.
La linea gotica
La Linea Gotica era una linea difensiva che fu costruita dai militari Tedeschi nel 1944 a protezione delle risorse agricole ed industriali della Valle Padana: se fosse stata superata, le Alpi e poi la Germania sarebbero state a portata di mano. Conosciuta anche come Linea Verde, tagliava in due la penisola italiana, dalla costa tirrenica della Versilia e di Massa-Carrara fino a Rimini, estendedosi per una lunghezza di 320 km e per una profondità che in alcuni punti raggiungeva i 30 km. Era dotata di difese di vario genere, tra le quali campi minati, reticolati, fossati anticarro, trincee, ricoveri, bunker per l’artiglieria e per le mitragliatrici. Le zone maggiormente fortificate della Linea Gotica erano quelle costiere ed il settore a cavallo del Passo della Futa.
La Linea Gotica fu attaccata dagli Alleati nel settembre del 1944, e benché questi riuscissero a sfondare le prime linee in numerosi punti, non furono tuttavia in grado di portare l’attacco fino in fondo.
Le pesanti perdite subite, le difficoltà nell’ottenere i rinforzi e gli approvvigionamenti necessari per continuare l’attacco e l’arrivo della cattiva stagione costrinsero gli Alleati a fermarsi per tutto l’Inverno.
Quando con la ripresa dell’offensiva angloamericana la Linea Gotica finalmente crollò, questa aveva già egregiamente adempiuto al compito attribuitogli, ritardare per il maggior tempo possibile l’avanzata Alleata.
E’ stato calcolato che la Germania perse sulla Linea Gotica circa 75.000 uomini tra morti, feriti e dispersi, gli Alleati circa 65.000.
I giorni della Liberazione
L’ultimo inverno di guerra è terribile. Gli Alleati sono bloccati sulla Linea Gotica, che taglia la penisola da est ad ovest all’altezza della Toscana, mentre le atrocità dei nazisti ai danni della popolazione civile si moltiplicano. Solo all’inizio della primavera il generale Alexander lancia l’offensiva finale: il 21 aprile gli anglo-americani entrano a Bologna e si aprono definitivamente la strada verso la valle del Po.
Le bande partigiane, contemporaneamente, attaccano le città ancora occupate, dove la popolazione civile insorge contro i nazisti e i fascisti. Mentre le truppe anglo-americane incalzano le truppe tedesche in ritirata nella pianura Padana, vaste zone dell’Italia settentrionale e molte città vengono liberate prima dell’arrivo degli Alleati, prima del 25 aprile (Milano, Bologna, Genova, Venezia).
Mai, forse, la storia ha lasciato a così tante città e paesi una data unica e legata alle vicende delle singole comunità come quella del giorno della liberazione dal nazifascismo. In quel giorno quasi sempre è un gruppo di partigiani ad annunciare la fine dell’occupazione nazista. Gli eserciti alleati trovano, per la prima volta in modo così esteso, forme già costituite di autogoverno locale. La Liberazione è salutata dal suono delle campane, dai falò sulle colline, dallo sventolio di vecchie bandiere. La popolazione torna nelle strade, si accalca nelle piazze. In alcuni casi città e paesi, una volta liberati, devono far fronte, ancora per giorni, alle insidie di un esercito in ritirata e allo sbando.
L’ultimo atto del fascismo è il tentativo di fuga prima e la fucilazione poi di Benito Mussolini. All’inizio dell’insurrezione di Milano il dittatore è ancora in città e, di fronte al precipitare degli eventi, tenta di concordare col Comitato di liberazione nazionale una resa onorevole. I dirigenti del Cln però sono irremovibili nel pretendere la resa senza condizioni. Mussolini allora decide la fuga, travestito da soldato tedesco e sotto la scorta delle SS, verso la Svizzera (col progetto di riparare poi in Spagna, ancora governata dal generale Franco). Giunto nei pressi della frontiera, a Dongo, il dittatore viene riconosciuto e catturato da un gruppo di partigiani.
La ricostruzione dettagliata delle ultime ore di vita del duce dopo la cattura e le circostanze della sua esecuzione sono tutt’oggi al centro di un fitto dibattito storiografico. Secondo la versione ufficiale egli viene fucilato per ordine del Cln-Ai, insieme all’amante Claretta Petacci che lo ha seguito nella fuga. Il 29 aprile i loro corpi vengono esposti, insieme a quelli di altri gerarchi, in Piazzale Loreto a Milano, appesi a testa in giù alla tettoia di un distributore di benzina (nello stesso luogo dove in precedenza erano stati ammucchiati i cadaveri di 15 partigiani). Si conclude così, con questo tragico epilogo, un periodo caratterizzato da venti anni di dittatura fascista e da cinque anni di guerra.
Nei periodi seguenti si verificarono varie esecuzioni sommarie e si consumarono molte vendette contro “repubblichini” e collaborazionisti, ritenuti autori o complici delle violenze commesse negli anni dell’occupazione, soprattutto nel cosiddetto “Triangolo rosso” dell’Emilia Romagna.
Le stragi nazifasciste
L’occupazione dell’Italia da parte delle truppe naziste e dei reparti militari della Repubblica sociale italiana tra 1943 e 1945, nell’ultima fase della seconda guerra mondiale, ha provocato più di diecimila vittime tra la popolazione civile.
La Toscana, data probabilmente la sua posizione strategica, è stata uno dei territori maggiormente colpiti: le stragi nazifasciste, concentrate soprattutto tra l’aprile e l’agosto del 1944, furono più di 280, i comuni interessati 83 e i morti tra i civili furono circa 4.500. Dopo lo sfondamento della linea Gustav a Cassino da parte degli alleati e la liberazione di Roma del 4 giugno 1944, infatti, l’esercito tedesco mise in atto una “ritirata aggressiva” che aveva come punto fermo il controllo della zona appenninica tosco-emiliana. Il dominio su questa catena montuosa e sulle vicine aree di rilievo militare divenne nell’estate del 1944 una questione cruciale per completare il ripiegamento verso la linea Gotica.
Tra l’8 settembre del ’43 e l’aprile del 1945 la violenza dei tedeschi contro i civili italiani fece registrare oltre 400 stragi (con un minimo di 8 morti): alla fine, il bilancio fu di circa 15.000 vittime. Una lunga scia di sangue che accompagnò le truppe tedesche nella lentissima ritirata da Sud a Nord. A commettere tali esecuzioni collettive non furono soltanto i nazisti delle SS, ma anche i soldati della Wermacht e della Luftwaffe, l’aviazione militare tedesca. L’opera di questi reparti si dispiegò, principalmente, in prossimità di posizioni che lo stato maggiore tedesco in Italia aveva scelto come linee di arresto della avanzata alleata. E’ accertata anche la partecipazione attiva dei fascisti della Repubblica Sociale, dei “ragazzi di Salò”, la cui complicità alimenta un ricordo lacerante che resiste a ogni tentativo di “pacificazione”.
Alla base delle stragi furono sicuramente almeno cinque ragioni, evidenziate da molti storici: il pregiudizio nei confronti degli italiani, per motivi di carattere razziale o per reazione psicologica al “tradimento” dell’8 settembre; la decisione del comando supremo della Wermacht e di Kesselring di difendere palmo a palmo il territorio italiano; il crescere dell’attività partigiana, sempre più vicina alle popolazioni civili; la volontà di ricorrere a dimostrazioni di forza e di superiorità, legittimata con la serie di misure repressive adottate dalle autorità di occupazione.
Subito dopo l’arrivo delle forze alleate, gli eserciti americano ed inglese raccolsero elementi, grazie alle testimonianze coeve e alla documentazione in loro possesso, per poter imbastire delle istruttorie portanti alla individuazione degli ufficiali e soldati che avevano commesso stragi. Tali istruttorie continuarono per anni, e la mole di documenti, in alcuni casi divenne enorme. Ma dei 400 casi di stragi accertate, solo una decina diedero luogo a un processo, con condanne esemplari come quelle inflitte a Herbert Kappler per le Fosse Ardeatine e Walter Reder per Marzabotto, San Terenzo e Vinca.
Nel gennaio 1960, con un semplice timbro ed attraverso una illegale “archiviazione provvisoria”, il procuratore generale militare, Enrico Santacroce, seppellì 695 fascicoli riguardanti le stragi tedesche in Italia. Le stragi rimasero quasi tutte impunite, tutti i procedimenti furono insabbiati e le 15.000 vittime non ebbero giustizia, nella maggioranza dei casi per ragioni di opportunità politica che affondavano nella Guerra Fredda e nella necessità di riaprire una nuova fase di relazioni internazionali, recuperando i rapporti con la Germania. A rompere, quasi involontariamente quel segreto, dopo sedici anni ininterrotti a capo della Procura generale militare, fu nell’estate 1994 il giudice Antonino Intelisano, che alla ricerca di prove a carico del capitano delle SS Eric Priebke, incriminato per la strage delle Fosse Ardeatine, trovò, in uno sgabuzzino di Palazzo Cesi, sede degli uffici giudiziari militari, un armadio, rinominato l’”Armadio della vergogna”,con i fascicoli sui crimini di guerra commessi dall’occupante tedesco.
Tra il 1994 e il 1996 i singoli fascicoli furono inoltrati alle procure militari competenti. Cominciò una nuova stagione di processi: uno a Roma contro Priebke; due contro Theodor Saevecke (responsabile dell’eccidio di piazzale Loreto a Milano) e Friedrich Engel (capo delle SS a Genova e organizzatore delle stragi in Liguria), condannati all’ergastolo dal Tribunale militare di Torino; infine uno a Verona che si è concluso con la condanna all’ergastolo dell’SS ucraino Michael Seifert, rifugiatosi in Canada dopo aver seviziato e ucciso con il suo camerata Otto Sein decine di prigionieri nel campo di prigionia di Bolzano.
Dopo questi primi processi, nel 2003 è iniziata presso la Procura Militare di La Spezia una nuova fase processuale per le stragi di Sant’Anna di Stazzema, per Farneta (Lucca), Marzabotto e Vallucciole, che ha portato nel corso del 2005 alle sentenze di Sant’Anna di Stazzema e di Farneta.
Uno degli aspetti più controversi della vicenda stragistica, riguarda la memoria che se ne è conservata tra i superstiti e le popolazioni che ne furono vittime. E’ stata chiamata, giustamente, la “memoria divisa”, in quanto la responsabilità delle uccisioni viene “divisa” tra tedeschi, autori materiali dei massacri, e partigiani, accusati da molti di essere la causa, con i loro assalti, degli episodi accaduti.
In realtà, come detto, molte stragi non ebbero bisogno, per essere commesse, di grandi azioni partigiane. Spesso bastò la sospetta presenza di bande di combattenti alla macchia, per scatenare la reazione germanica.
Le stragi nazifasciste rientrano certamente in un piano preciso di “guerra ai civili” scatenata dalle forze armate tedesche per terrorizzare con la violenza le popolazioni e rompere qualsiasi sodalizio con il movimento resistenziale. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, ogni italiano si era trasformato, per il soldato del Reich, in un traditore, complice dei banditi partigiani e pronto ad assalirlo alle spalle.