La Resistenza e la lotta di liberazione in Versilia

Subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, anche in Versilia cominciarono ad organizzarsi i primi gruppi di patrioti che costituirono i Comitati di Liberazione Nazionale e gettarono le premesse organizzative della lotta partigiana, nonostante le rigide misure repressive emanate dalle autorità tedesche e del governo collaborazionista della Repubblica Sociale Italiana.
La crescente attività della Resistenza suscitò viva preoccupazione da parte dei nazifascisti che, tra la fine del ‘43 e l’inizio del ‘44, effettuarono una serie di arresti, che portarono in carcere numerosi antifascisti versiliesi. Nonostante le azioni repressive, proprio in quei giorni fu costituita, nei pressi di Farnocchia, la prima formazione partigiana , i “Cacciatori delle Apuane”, guidata da Gino Lombardi e Piero Consani, la cui la breve, ma intensa stagione si chiuse alla fine di aprile con la morte dei due comandanti.
Il movimento partigiano, tuttavia, continuò a crescere, anche per l’afflusso di numerosi giovani che non risposero ai bandi d’arruolamento emanati dalla R.S.I., e fu costituita la “Luigi Mulargia”, in onore del primo patriota versiliese caduto in combattimento, agli ordini di Marcello Garosi, che dette vita ad una significativa esperienza unitaria con i partigiani massesi.
Nel luglio del ’44 i gruppi partigiani della Versilia si riunirono nella X bis Brigata Garibaldi “Gino Lombardi”, che alla fine del mese fu investita da pesanti rastrellamenti nazifascisti sul monte Ornato e a Farnocchia, che provocarono il suo scioglimento e la creazione di alcune formazioni meno consistenti , ma operativamente più funzionali, come la “Bandelloni”, la “Balestri”, la “Garosi”, la “Ceragioli”e la “Canova”.
Riorganizzatesi rapidamente, le formazioni partigiane presero parte attiva alla Liberazione della Versilia, avvenuta nella seconda metà di settembre, operando a stretto contatto con la 45 Task Force e il Corpo di Spedizione Brasiliano. Stabilizzatosi il fronte sulla Linea Gotica, i partigiani versiliesi continuarono ad operare al fianco degli Alleati con alcuni reparti della “Bandelloni” e con il “Gruppo F3”.

Circa 120 furono i partigiani caduti e numerose le figure di rilievo espresse dalla Resistenza versiliese, come le medaglie d’oro al valor militare Vera Vassalle, Manfredo Bertini, Amos Paoli, Marcello Garosi, i comandanti Gino Lombardi, Piero Consani, Giancarlo Taddei, Ciro Bertini.
Numerosi versiliesi militarono nelle file partigiane in altre zone d’Italia e all’estero, altri combatterono contro i Tedeschi nei giorni successivi all’armistizio o nelle file delle ricostituite forze armate italiane al fianco degli Alleati, idealmente rappresentati dalle medaglie d’oro al valor militare amm. Inigo Campioni, sottoten. Antonio Cei e cap. Vincenzo Fusco. Altrettanto significativo fu il contributo dato alla lotta di Liberazione da centinaia di versiliesi che preferirono affrontare l’internamento militare in Germania piuttosto che aderire alla R.S.I.

La Versilia e le stragi nazifasciste

Preoccupato per la crescente attività della Resistenza, Kesselring, comandante supremo delle truppe tedesche in Italia, il 17 giugno 1944 emanò un’ordinanza con cui autorizzava qualsiasi misura repressiva pur di stroncare il movimento partigiano. Per i Tedeschi era infatti di fondamentale importanza predisporre un sistema difensivo sull’Appennino Tosco-Emiliano a protezione delle risorse agricole ed industriali della Valle Padana, per cui era necessario fare “terra bruciata” intorno alle formazioni partigiane, attuando una vera e propria “strategia del terrore” che, nell’estate del 1944, provocò in tutta la Toscana quasi 4.000 vittime, in gran parte vecchi, donne e bambini.
Il settore tirrenico del fronte appenninico, denominato dal Comando tedesco Linea Gotica, poi Linea Verde, dalla spiaggia di Cinquale, saliva lungo le colline di Strettoia fino ai monti Folgorito, Carchio e Altissimo, scendendo attraverso i massicci del Corchia e della Pania fino in Garfagnana, pochi chilometri a sud di Castelnuovo. Di rendere sicuro questo settore del fronte, tra i fiumi Serchio e Magra, venne incaricata la 16 Divisione Corrazzata SS del generale Max Simon, di cui faceva parte il 16 Battaglione agli ordini del maggiore Walter Reder. Alla Divisione erano stati affidati compiti di grande importanza strategica: la protezione della costa dalla foce dell’Arno a La Spezia, la sorveglianza dei lavori di fortificazione, il reperimento della manodopera necessaria, la lotta alle formazioni partigiane che nel comprensorio avevano raggiunto una notevole consistenza. Operavano in Versilia la X bis Brigata “Gino Lombardi”, sui monti di Massa il “gruppo Patrioti Apuani”, su quelli di Carrara la “Ugo Muccino”, la divisione “Lunense” in Garfagnana, i reparti dell’IX Zona nella Media Val di Serchio.
Già nei mesi precedenti nel territorio apuoversiliese erano avvenuti alcuni eccidi, tra cui quello di Mommio e Sassalbo (Fivizzano) il 5 maggio ’44 con 22 vittime, di Forno il 13 giugno con 68 fucilati, di Valpromaro (Camaiore) il 30 giugno con 12 vittime.
Fu tuttavia con l’arrivo dela 16 Divisione SS che la situazione assunse il carattere di tragedia: tra la fine di luglio e la metà di settembre ’44 il Monte Pisano, la Versilia, i dintroni di Massa e Carrara, la Lunigiana divennero teatro di un’impressionamnte serie di orribili crimini nazisti, con la collaborazione dei repubblichini, che si resero protagonisti di una vera e propria “marcia della morte”.
Molte furono le località dove i nazifascisti seminarono motre e distruzione:Sant’Anna di Stazzema, Sassaia, Bardine San Terenzo, Valla, Vinca, Fosse del Frigido, Guadine, la Valle del Lucido, Bergiola, Pioppeti, Osterietta e tante altre, per un totale di circa 2.000 morti.
Insieme ai luoghi dove avvennero le stragi divennero tristemente noti alcuni edifici, trasformati in centri di detenzione e di tortura: la Pia Casa di Beneficenza e lo stabilimento Sacif a Lucca, luoghi di smistamento per migliaia di rastrellati; il Palazzo Littorio di Camaiore, sede della Brigata nera della Lucchesia; le scuole elementari di Nozzano, divenute in un tetro carcere; il “capannone” di Nocchi, luogo di raccolta di ostaggi; Villa Henraux a Seravezza, che ospitò un comando delle SS; la Caserma Dogali di Carrara, occupata dalla Brigata Nera di Apuania; il castello Malaspina, trasformato in carcere per condannati a morte.